Il perimetro della memoria

Il 25 aprile non è una data qualsiasi. È una linea di confine. Un perimetro, appunto, entro cui una comunità nazionale decide cosa ricordare e, soprattutto, come ricordarlo.
Eppure, anche quest’anno, tra Roma e Milano, la commemorazione ha mostrato crepe evidenti. Non tanto nei fatti in sé, quanto nel modo in cui vengono interpretati, strumentalizzati, spesso ridotti a terreno di scontro più che di riflessione condivisa.
Quando la memoria diventa campo di battaglia simbolico, smette di essere memoria e si trasforma in narrazione competitiva. Ognuno delimita il proprio perimetro, escludendo l’altro. È qui che si consuma il vero rischio: non la perdita del ricordo, ma la sua frammentazione.
Il 25 aprile nasce come momento di ricomposizione, non di divisione. È il giorno in cui l’Italia ha scelto di riconoscersi in un’idea di libertà che, pur nelle differenze, trovava un punto comune. Ridurlo a occasione di tensione significa indebolire quella stessa radice.
Da sociologo, più che giudicare i singoli episodi, interessa osservare il clima. E il clima restituisce una società che fatica a condividere i propri simboli, che tende a vivere anche le ricorrenze come estensione del conflitto quotidiano.
Forse il punto non è chiedersi chi ha ragione, ma cosa stiamo perdendo. Perché quando una comunità non riesce più a stare dentro lo stesso perimetro simbolico, il rischio non è il dissenso — che è sano — ma la disgregazione del senso.
Il 25 aprile dovrebbe essere uno spazio. Non neutro, ma comune. Un luogo in cui la memoria non serve a dividere il presente, ma a renderlo più comprensibile.
Recuperare questo equilibrio è una responsabilità collettiva. Non per appiattire le differenze, ma per evitare che ogni differenza diventi una frattura.
Perché se anche il 25 aprile smette di essere un perimetro condiviso, allora non è solo la memoria a vacillare. È la tenuta stessa della nostra comunità nazionale. E a quel punto, non ci sarà più una ricorrenza da difendere, ma un senso da ricostruire.

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