La passione dietro al libro stampato
Jean Luc Bertoni racconta la storia della casa editrice umbra che porta il suo cognome e che occupa ormai un ruolo di rilievo nel panorama nazionale.
Ogni libro racconta una pluralità di storie. Certamente dei personaggi dell’opera e dell’autore o autrice che lo ha scritto. Ma anche di chi c’è dietro e che ha reso possibile la sua pubblicazione: gli editori che ogni giorno selezionano, scelgono, investono, rischiano, combattono, gioiscono o si rammaricano. Un universo di umanità accomunata dall’amore per la scrittura e per la lettura, certamente pure in un’ottica imprenditoriale, che “L’angolo del libro” vuole raccontare così sta già facendo per quanto riguarda i premi e gli eventi letterari, oltre che naturalmente gli autori.
Con piacere ospitiamo dunque Jean Luc Bertoni, fondatore della casa editrice che porta il suo cognome: una realtà umbra che nel tempo si è fortemente sviluppata e che è ormai ampiamente nota fuori dai confini regionali.
La casa editrice Bertoni è nata nel 2000. Quale percorso professionale e umano ti ha portato a fondarla?
“Fin da ragazzo ho avuto un rapporto speciale con i libri, la carta, la grafica, la lettura: tutte passioni che si sono intrecciate nel tempo fino a portarmi a fondare una piccola casa editrice. Non è stato un percorso lineare: fondarla in una regione dove mancavano certe competenze specifiche del settore editoriale ha significato dover imparare tutto da autodidatta, spesso proprio a partire dai miei errori. È stata una formazione sul campo, fatta di tentativi, correzioni e tanta ostinazione.”
Da allora come è cambiato il panorama letterario italiano e il mestiere dell’editore?
“Quando ho iniziato non esisteva l’intelligenza artificiale, e persino il digitale era qualcosa di lontano: tutto era più analogico, più lento, forse più artigianale. I grandi gruppi editoriali c’erano allora come ci sono oggi, quella dinamica non è cambiata. Quello che è cambiato in me è la consapevolezza di questo mestiere — e mi piace proprio chiamarlo così, ‘mestiere’, perché richiama l’artigianalità. In fondo ogni piccolo editore, a modo suo, è un artigiano: lavora con le mani e con la testa su un prodotto che ha un’anima.”
Giunti al 2026 e guardando alle sfide future, quali ti preoccupano e quali invece ti entusiasmano di più?
“Ciò che mi preoccupa è la scarsa marginalità con cui un editore si trova a fare i conti: un margine così ridotto che spesso non permette di remunerare come si dovrebbe collaboratori e autori, persone che invece meriterebbero un riconoscimento economico adeguato al loro lavoro. Quello che invece mi entusiasma ancora, come ai primi giorni, è la stessa cosa che mi ha spinto a iniziare: innamorarmi delle storie, delle belle storie, e avere la possibilità di dar loro una casa.”
Contrariamente a case editrici piccole o medie, tu hai fatto la scelta di spaziare a molti generi letterari. Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a essere un editore “generalista”?
“Fa parte del mio essere poliedrico: mi piace esplorare, spaziare, non fermarmi a un solo genere. Cerco — spesso invano — di dare ordine a questa varietà, ed è proprio da qui che nasce l’idea dei diversi marchi editoriali: strumenti pensati per uniformare le singole linee editoriali e aiutare il lettore a orientarsi tra le diverse anime della casa editrice.”
Molti autori, soprattutto esordienti, vengono calati in un mondo dell’editoria assai variegato e talvolta, spesso, a pagamento. Quale consiglio daresti a un giovane autore che volesse pubblicare la sua opera?
“Il primo consiglio è di non affidarsi mai a una casa editrice a pagamento: se l’obiettivo è semplicemente vedere il proprio libro stampato, meglio orientarsi verso l’autopubblicazione, che almeno è trasparente su costi e ruoli. Se invece si crede molto nel proprio lavoro e si punta alla massima visibilità, la strada è tentare con una grande casa editrice, capace di garantire una distribuzione e un’esposizione che i piccoli editori non possono offrire. Se invece si desidera costruire un vero e proprio percorso da autore, fatto di accompagnamento e crescita nel tempo, allora si può pensare a una realtà come la mia.”
La tua attività non si “limita” all’editoria ma anche alla promozione di attività sociali. Come questi due elementi si sposano e quali sono i tuoi progetti più recenti?
“Oltre al lavoro editoriale, coordino diversi festival letterari in giro per l’Italia, un’attività che mi permette di portare i libri e gli autori fuori dalle pagine, dentro le comunità. Il progetto più recente è la costituzione di una cooperativa sociale, FONT, che si occuperà di cultura e sociale, con l’obiettivo principale di dare lavoro a persone con disabilità. È un modo per far convivere la mia passione per l’editoria con un impegno concreto verso l’inclusione.”
Luogo comune è che se vieni pubblicato da un piccolo editore non vincerai mai i grandi premi letterari nazionali, che sono appannaggio di pochissime e monopolistiche case editrici. È davvero così?
“Sì, i grandi premi letterari nazionali restano di fatto un terreno riservato a poche grandi case editrici, che hanno il peso economico e la rete di relazioni per portare i propri titoli fino in finale. Non è una regola scritta, ma nei fatti funziona quasi sempre così: un piccolo editore può pubblicare un libro di grande valore, ma raramente riesce a competere sullo stesso piano. Questo non significa che i piccoli editori non possano regalare soddisfazioni: semplicemente, i riconoscimenti arrivano più spesso a livello locale o territoriale, dove la qualità viene valorizzata senza le logiche dei grandi numeri.”

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