Le ribelli dell’Appennino

Anna Maria Rengo • 11 marzo 2026

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Arjuna Cecchetti torna sui temi ambientali e sulla letteratura per ragazzi (ma non solo!), raccontando la storia della guerra che due adolescenti dichiarano alle logiche basate solo su profitto e cementificazione di una ricostruzione post terremoto ipotetica, ma assai realistica.

 

Un Appennino ferito due volte. La prima, da un terremoto sconvolgente che ha fatto tanti, troppi morti; la seconda, da una ricostruzione priva di scrupoli e che, in nome del re profitto, punta a cementificare senza rispetto e memoria. Probabilmente, anche senza visione sul futuro.

In questo scenario distopico ma così realistico, che è al contempo ambientazione e protagonista di “Questa è una storia ribelle” (Dalia Edizioni) di Arjuna Cecchetti, si collocano due ragazzine, Selvaggia e Penny. Pochi anni, anche meno mezzi (almeno all’apparenza!), se non la forte volontà di opporsi alle logiche che sottendono la ricostruzione.


Quella del tuo nuovo libro, Arjuna, è davvero una storia ribelle. C’è ancora spazio per l’idealismo in questa società moderna?

“Sia in Questa è una storia ribelle che in Non pensarci due volte (il mio romanzo di esordio), ho scritto con la voce di protagoniste adolescenti proprio perché credo che l'adolescenza sia l'età in cui possiamo essere idealisti verso ciò che è giusto o sbagliato attorno a noi. Diceva Proust che la giovinezza è l'unica età in cui ci è permesso di afferrare qualcosa dalla vita. Un po' come se si potesse essere idealisti una sola volta nella vita. Anche se in realtà in Questa è una storia ribelle soltanto Penny, una delle due protagoniste, lo è fino in fondo. L'altra, Selvaggia, invece, ha troppi traumi e troppe crepe dentro di sé per poter concretizzare la sua personalità attorno a un ideale.”


Questo libro si presenta a doppia chiave: è un romanzo di formazione destinato ai ragazzi, ma anche di denuncia verso la speculazione degli adulti, a “lettura” di questi ultimi. Quali delle due interpretazioni è più corrispondente alle tue intenzioni?

“Ho scritto il romanzo pensando che fosse rivolto verso dei lettori giovani, ragazze e ragazzi; ma è altrettanto vero che sembra di vivere in un'epoca in cui nessuno cresce più sul serio. Quelli della mia generazione, ad esempio, continuano a fare, ascoltare, leggere e dire cose da adolescenti incompiuti. Io per primo. Questa è una storia ribelle è effettivamente una storia di denuncia che si manifesta attraverso l'incontro di due ragazze che insieme si avventurano in una lotta impari contro gli adulti che hanno deturpato il mondo in cui erano cresciute. Ma più in generale credo che sia giusto che ogni generazione provi un sentimento di ribellione contro la società messa in piedi dalle generazioni che l'hanno preceduta. In parte, se non del tutto, il libro parla di questo.”


In “Questa è una storia ribelle” la necessità di salvaguardare il territorio dai rischi di una cementificazione selvaggia o a uso turistico è un messaggio lanciato molto chiaramente. Al di là della finzione letteraria, quanto sei preoccupato da quanto avviene nella realtà?

“Ho iniziato a scrivere Questa è una storia ribelle dopo un'epifania accadutami a Dublino, evidentemente una città di epifanie... di professione sono archeologo e per un periodo ho lavorato in grandi e piccoli cantieri tra Inghilterra e Irlanda; esiste, infatti, un settore professionale che si chiama Commercial Archaeology, cioè archeologi che lavorano in cantieri edili per documentare e rimuovere eventuali evidenze archeologiche prima che ruspe e caterpillar rimuovano e distruggano ogni cosa. In quel periodo ogni mattina attraversavo il cantiere dove si stava costruendo un quartiere residenziale tra la brughiera e la costa a nord di Dublino, quando una mattina mi sono bloccato: i grandi escavatori squarciavano la terra aprendo vasti crateri tra le erbe profumate, conigli selvatici fuggivano, uccelli di specie diverse si involavano terrorizzati mentre la brughiera veniva sconvolta da mezzi meccanici. In quel momento ho iniziato a immaginare l'avventura di Penny e Selvaggia che avrebbe raccontato il dramma del costruire e del ricostruire, sconvolgendo ecosistemi naturali riempiendoli di cemento e altri materiali artificiali inventati da noi per un’assurda interpretazione del concetto di abitare questo pianeta, come se fossimo da soli e non, invece, parte di ecosistemi complessi.”

 

I ribelli sono quasi per definizione anche radicali e in questo tuo libro c’è una netta separazione tra i buoni e i cattivi. Che cosa ne pensi di quelli che stanno in mezzo?

“Nel romanzo ho esplicitamente operato una demarcazione netta tra chi è buono e chi è cattivo, ma in realtà Selvaggia, la voce narrante, per gran parte della storia non distingue effettivamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per me, sono uno di quelli che ha poche idee e molto confuse, e per essere sicuro mi metto dalla parte opposta di chi opprime, e poi evito di giudicare chi invece non si schiera affatto. Non è facile capire le parti. Sono un ecologista convinto, assoluto, ma per molte altre lotte sono uno studente, credo che proprio il giudicare gli altri sia un fattore di inganno verso sé stessi, si giudica gli altri in realtà per dare valore all'Io. Francamente sono sempre stato affetto da una stima medio-bassa per me stesso, quindi preferisco non giudicare. Poi gli estremi, i buoni e i cattivi, mi pare siano sotto gli occhi di tutti.”


Questo libro si colloca idealmente sulla scia di quelli che sono già usciti? Stai pensando a un possibile sequel delle vicende di Selvaggia e Penny?

“Al momento non sto pensando a un nuovo capitolo di questa storia, posso dire però che vorrei ancora scrivere dell'Appennino Centrale. Sto pensando, e in parte già scrivendo, un terzo libro ambientato tra le nostre montagne. Quello che mi interessa è provare a esplorare anime diverse dalle classiche visioni dell'Umbria terra di santi ed eremiti, o territorio con borghi più belli d'Italia. In Non pensarci due volte ho provato a scrivere dell'Appennino vero così come è adesso, contaminato, persino sporco, abbandonato eppure meraviglioso; in Questa è una storia ribelle scrivo appunto dell'anima ribelle e contemporanea delle nostre zone interne; nel prossimo vorrei raccontare una storia di archeologia preistorica: le nostre montagne sono state molte cose diverse prima di essere come le conosciamo, sono state addirittura mari, paludi, fuochi di bivacco, siti di caccia. Sono state popolate da animali tra i più esotici, fino ai grandi uri del Paleolitico. Culti, spiriti, miti ben più antichi dei nostri santi. Ma questa è un'altra storia, appunto.”

 

 

L’AUTORE - Arjuna Cecchetti, archeologo preistorico, scrittore e poeta, ha vissuto in Toscana, in Inghilterra e in Irlanda, ora abita in Umbria. Con il romando Non pensarci due volte (Dalia 2021) ha vinto il Premio Demetria per la letteratura ambientale 2022, ha raggiunto la finale del Premio Severino Cesari nel 2022 e ha ottenuto una segnalazione alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino. Autore anche di narrativa per l’infanzia, con Dalia nel 2022 ha pubblicato il suo primo libro illustrato con protagonista la piccola Sapiens Tula, Tula a caccia dei colori, seguito, nel 2023, da Tula e i capelli di Madre Natura.

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