Le terre vecchie e nuove di Biagio e Tommaso
Un viaggio lungo le coste del Mediterraneo, per aprire il cuore e la mente a nuovi orizzonti e a nuovi interrogativi, forse destinati a risposte solo provvisorie. Lo racconta Peppe Leccese nel suo romanzo d’esordio.
Perché un passaporto apre tutte le frontiere mentre un altro le chiude? Cosa significa nascere da una parte o dall'altra del Mediterraneo? Domande attualissime, ma le stesse che si pongono Biagio e Tommaso, i giovani protagonisti di “Terra Terra” (Bertoni Editore), il brillante romanzo d’esordio di Peppe Leccese.
È l’estate del 1992, i due ragazzi si sono appena conosciuti quando decidono di partire in autostop dalla Puglia con l’idea di attraversare il Mediterraneo via terra: percorrere la costa nord, valicare lo Stretto di Gibilterra e raggiungere i monti del Rif, per visitare i villaggi dei berberi coltivatori di Kif, prima di chiudere il cerchio dalla Sicilia. Li accomuna il desiderio di essere: “spaesati per sempre, una volta per tutte”. Sullo sfondo la repressione nei Paesi Baschi, la fine dell’Apartheid in Sud Africa, un'Algeria che precipita nella guerra civile e un'Italia ferita dalle stragi di giudici, mentre il romanzo registra con lucidità storica un momento di transizione epocale.
Già da queste poche righe si capisce come l’opera prima di Leccese sia ben più di un racconto giovanile. È in realtà un’opera matura, densa intellettualmente, che regala al lettore un’epoca irripetibile e che parte da una costante nella storia moderna e non solo: l’amore del viaggio come scoperta, conoscenza e amicizia.
Chi di noi non ha infatti sognato di fare un viaggio coast to coast, o un interrail, o di girare l’Europa in autostop? Leccese declina questa passione nella storia di Biagio e Tommaso.
“Terra Terra è essenzialmente un romanzo sul viaggio, dove il motore dell’azione è il mitico viaggio del diploma zaino in spalla. Che poi, a pensarci bene, non è che una declinazione popolare e democratica del Grand Tour della tradizione aristocratica continentale: il viaggio a Sud che i rampolli delle grandi famiglie europee facevano per completare la loro formazione e venire in contatto con le loro radici culturali. Pensiamo al Goethe di Viaggio in Italia, ad esempio.
Solo che Biagio e Tommaso compiono un Grand Tour alla rovescia, non tanto perché loro partono dal Sud Italia, quanto perché si muovono con lo scopo dichiarato di liberarsi delle proprie radici culturali. Hanno questo desiderio: ‘essere spaesati per sempre, una volta per tutte’.
Potremmo leggerlo come un segno dei tempi. In un mondo globalizzato l’itinerario non è più quello bidirezionale nord-sud, ma è circolare; l’idea infatti è quella di circumnavigare il Mediterraneo via terra.”
Viaggiare è da sempre un’attività formativa. Cosa apprendono Biagio e Tommaso nel loro vagare tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo? Quali domande si pongono e quali tra queste ottengono risposta e quali no?
“‘I viaggi formano la gioventù, ù, ù, e ci fanno perdere tempo. Io ho molto viaggiato, dunque, ho perso tempo’, diceva provocatoriamente lo scrittore giramondo Blaise Cendrars. Lo cito per dire che il viaggio non è mai una perdita di tempo.
Oggi abbiamo l’Erasmus in Europa che prima non c’era, è un ottimo inizio ma andrebbe reso obbligatorio, pena la nullità del titolo di studio. Lo si potrebbe anche migliorare vietando di sostenere esami durante la permanenza all’estero.
Il Mediterraneo del romanzo è un luogo insieme reale e simbolico, uno spazio condiviso di diversità e alterità. Ed è anche lo specchio dei molti doppi dei due protagonisti. Biagio e Tommaso sentono questo richiamo, questo bisogno di conoscere il mondo, sanno che dovranno affrontare i propri fantasmi e i propri pregiudizi, per liberarsi dei condizionamenti dell’ambiente in cui sono cresciuti, ma sono disposti a tentare. Non è detto che ci riescano, ma sta tutto qui il loro valore, nel fatto che ci provano. Durante questo viaggio, più che a darsi delle risposte impareranno a farsi delle domande. Diventeranno, per così dire, filosofi.”
Il libro fa tornare il lettore agli anni Novanta, un periodo stretto fra l’orrore delle stragi di mafia e un terreno fertile che porterà, poco dopo, all’affermarsi del berlusconismo, ma anche un periodo di cambiamenti e tensioni in altri paesi del mondo. Con quali stati d’animo ritorna a questi anni e li racconta?
“Con Terra Terra non avevo intenzione di scrivere un romanzo storico ed è venuto fuori un romanzo profondamente politico. E a me piace che non ci sia traccia di retorica. Gli avvenimenti dell’epoca, le stragi di mafia, l’Apartheid, lo scoppio della guerra civile in Algeria, interferiscono con una vicenda privata, la intralciano, ne alterano i piani, costringono i protagonisti a prendere delle posizioni. Bisogna farci i conti. È così che entrano i grandi fatti collettivi nelle vite degli individui, a volte come un rumore di fondo, altre volte come un fastidio, altre ancora come un pugno nello stomaco.
La nostra generazione è stata testimone di cambiamenti epocali straordinari, uno per tutti il passaggio dall’analogico al digitale, ma in generale li ha subiti ed è rimasta a guardare. Siamo rimasti a guardare mentre il Mediterraneo si trasformava in un confine, in un fossato, invece di restare un ponte d’acqua e un teatro di potenzialità. Eppure i grandi maestri del pensiero meridiano li abbiamo avuti, i Camus, i Valéry, i Franco Cassano. Siamo rimasti a guardare come da una classe politica corrotta, ma a suo modo colta e rispettosa del discorso pubblico, si è passati alla sconfortante chiacchiera da bar globale. Non ci si vergogna neanche più di spararle grosse in Tv. E c’è da dire che gli italiani in questo sono stati superati al ribasso da molte nazioni, non faccio nomi ovviamente, ognuno si gratti la sua rogna.”
Scoprire, sorprendersi, cambiare: i giovani d’oggi ne sono ancora capaci e qual è il ruolo della letteratura al riguardo?
“Penso proprio di sì, oggi ci sono molti più strumenti a disposizione e maggiori opportunità di maturare una visione originale del mondo. Va da sé che questo comporta uno sforzo e la disponibilità a pagare il prezzo dell’esperienza, del cambiamento, che è sempre una moneta interiore. Ma questo non dipende dalle generazioni, è piuttosto un prerequisito della conoscenza: ‘Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto’; ogni tanto Pasolini qualche verso lo azzeccava.
Io concepisco la letteratura solo come una forma di testimonianza del proprio vissuto; certo, se poi uno è bravo riesce anche a trasfigurare, per non risultare patetico. È bello riuscire a passare dal particolare all’universale, ma questo è anche un compito del lettore, se un romanzo è scritto bene.”
Come Biagio e Tommaso, anche lei ha fatto un viaggio iniziatico da ventenne e che cosa nel caso le è rimasto di esso in particolare?
“La cosa più importante che è rimasta è la profonda amicizia con il mio compagno di viaggio, che al momento della partenza conoscevo appena. Da quella esperienza nacque una vera e propria fratellanza fra noi. Inoltre, anche solo per il fatto di essere uscito vivo da certe situazioni, mi è rimasta una certa fiducia di fondo nel genere umano, nonostante tutto; anche se a volte mi viene da pensare che probabilmente ho solo avuto culo.”
L'AUTORE - Peppe Leccese, nato nel 1973, è cresciuto a Bari prima di emigrare più a sud. Laureatosi in Lettere, con una tesi in Teoria e Storia dei Generi letterari dal titolo: "La verità secondo Carmelo Bene", intraprende la carriera commerciale, ricoprendo per diversi anni il ruolo di direttore vendite presso note aziende nazionali e multinazionali. Conseguita una seconda laurea in Scienze filosofiche e un'abilitazione, cambia professione. Attualmente insegna italiano in una scuola secondaria. "Terra Terra" è il suo romanzo d'esordio.
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