Autore: Anna Maria Rengo
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18 settembre 2026
Alessandro Chiometti si cimenta nella short story “Casa per Aria”: un viaggio tra tempi sospesi e intersecanti che uniscono la narrativa “pura” ai racconti di suo padre. Sessantadue pagine in tutto, precedute da una splendida copertina, che si leggono d’un fiato, in un sovrapporsi di piani temporali e di punti di vista che trovano solo alla fine la loro sorprendente e onirica sintesi. Questa è la short story “Casa per Aria” di Alessandro Chiometti: poche decine di migliaia di caratteri scritte con uno stile apparentemente scanzonato e semplice, dietro le quali si nascondono però personaggi la cui identità cambia e si svela continuamente. Sullo sfondo, forse protagonista, una “casa” che è quella della memoria e delle origini, rievocata dall’autore con la sua consueta visione singolare, acuta e anche, lasciatemelo supporre dopo averlo intervistato, un po’ nostalgica e malinconica. Ecco dunque la chiacchierata con Alessandro Chiometti sulla sua ultima (ma solo per ora!) opera letteraria. Un libro dedicato a tuo padre, che sembra anche essere protagonista della vicenda. In che modo fantasia e realtà, onirico e sentimentale si incontrano e dialogano? “Come dico sempre non si deve mai scrivere di sé stessi anche se alla fine si scrive sempre di sé stessi. Anche quando si scrive di una battaglia nella galassia di Andromeda fra alieni e robot alla fine c’è comunque qualcosa di personale; tuttavia non si deve mai traslare un conoscente (familiare o amico che sia) con le sue vere esperienze così come sono nella realtà, nella narrativa. A meno che non sia una cosa totalmente marginale o concordata. Quindi il libro è dedicato a mio padre e prende spunto dagli infiniti racconti della sua infanzia e adolescenza, ma il protagonista non è mio padre (e neanche mio nonno). Uno scrittore di racconti deve miscelare, scambiare, traslare, sublimare e poi ricondensare le storie in una nuova storia che sia narrativamente presentabile e con un senso logico. Perché altrimenti non si fa narrativa, si fa una biografia. È semplicemente una cosa diversa. L’ambientazione, ovvero la ‘Profonda Umbria’ rurale della fine degli anni ‘50, invece sì, quella ho cercato di renderla così come me la raccontava mio padre.” Ma questo tuo libro, a tuo padre sarebbe piaciuto? “No, non penso proprio. Papà era un tipo molto pragmatico e amante del neorealismo. Quando si parlava di fantasmi o di eventi inspiegabili storceva il naso e spesso lasciava lì la lettura o la visione del film. Se poi provavano a convincerlo dell’esistenza del paranormale al di fuori della narrativa, cioè nel mondo reale, andava su tutte le furie e ti smascherava i trucchi quasi fosse un investigatore del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale). Apprezzava qualche libro di fantascienza come quelli di Giulio Verne ma per il resto mi sconsigliava la lettura o la visione di certe fantasticherie che, secondo lui, facevano solo perdere tempo. Cambiò idea solo quando la mia conoscenza della sci-fi mi fece prendere un bel voto agli esami di Stato, ma quella è un’altra storia. Peraltro, una volta mi confidò che tale diffidenza nei confronti del mistery e dell’horror era nata dalla visione de ‘La casa delle finestre che ridono’ al cinema che lo aveva inquietato troppo.” Cosa rappresenta per te Casa per aria? “Casa per Aria è il punto di congiunzione fra la mia storia di narrativa e i racconti di mio padre. La casa dove era cresciuto nella sua giovinezza si chiamava così (o meglio la chiamavano così) nella zona di Massa Martana (Pg). Nei week end domenicali ci tornavamo spesso, un po’ perché avevamo i nostri cari sepolti al cimitero di Colpetrazzo un po’ perché gli piaceva rivederla ogni tanto. Mi descriveva spesso delle papere che lo inseguivano quando gli faceva i dispetti e che una volta una di queste lo beccò dolorosamente. Si soffermava a osservare quelle mura strane e storte e asimmetriche. Mi diceva che era stata una vita faticosa e che era contento che gli studi gli avessero fatto fare un lavoro in cui non doveva essere perennemente sporco di letame come i suoi genitori e i suoi fratelli maggiori. Però quando lo raccontava sembrava quasi che gli mancasse e del resto, amava essere cittadino, ma ogni tanto amava andare nei boschi a tracciare sentieri e scorciatoie. Una ambiguità che penso sia alla base del mio racconto lungo.” Più che un libro, questa è una short story dove per di più si intrecciano diversi piani temporali e narrativi. Quanto è stato complesso scriverla? “Per niente. È una di quelle storie che si sono scritte totalmente da sole. Quando mi è balenata nelle sinapsi una mezza idea di una malmignatta che faceva un brutto scherzo a mio padre (che per l’appunto non aveva certo le fobie di noi cittadini e apprezzava il fascino degli aracnidi) mi sono seduto e qualche ora dopo la storia era lì. Ho solo dovuto fare qualche conto per i vari incastri temporali e verificarne la plausibilità, ma per il resto… si è scritta da sola per l’appunto.” Dalle poesie ai romanzi, dai racconti alle short stories. C’è un genere che senti più tuo o è proprio lo spaziare dall’uno all’altro che descrive la tua vera natura? “Fondamentalmente il racconto breve è la formula in cui mi ritrovo più spesso. Ma, così come nella lettura, anche quando scrivo cerco di non farmi mancare nulla. Che una storia sia un racconto breve, o più lungo o arrivi a essere un romanzo dipende sempre dalle storie stesse. Ognuna di loro ha il suo spazio, Casa per Aria ad esempio aveva questo spazio qui di un ‘racconto lungo’ o un ‘romanzo breve’ o ‘short story’ per dirla in anglosassone. Ed è il formato più odiato dagli editori (sì, anche più delle raccolte di racconti) perché per loro è lo stesso lavoro degli altri libri ma il prezzo di vendita (quindi il guadagno) è troppo basso. Alcuni editori mi hanno detto che se l’avessi portata oltre le centomila battute l’avrebbero pubblicata come romanzo… ma spazio per allungarla non c’era proprio… avrebbe significato diluirla e farle perdere di significato… e credo che chi la leggerà sarà d’accordo con me. Però essendo una storia dedicata a mio padre, quindi molto intima (nel senso che ho già spiegato) non mi andava neanche che fosse un racconto di un’altra raccolta di racconti. Doveva star lì da sola come sta. Per questo ho scelto la strada del Self Publishing facendomi aiutare da Liliana Marchesi di Self Creation e facendo disegnare a Martina Lattanzi la bellissima copertina. Le poesie e gli haiku sono una cosa diversa. Non sono storie, ma suggestioni; le appunto quando arrivano su qualche taccuino, è un processo di scrittura completamente diverso. Ma è arrivato solo recentemente nella mia ‘produzione’… mi ritengo molto più narratore che poeta.” L’AUTORE - Classe 1972, perito chimico fondatore ed ex presidente dell’Associazione Civiltà Laica. Razionalista, sognatore, pragmatico, utopista, ingenuo, cinico, epicureo e idealista… o forse più semplicemente incapace di autodefinirsi senza contraddizioni. Lascia volentieri agli altri il compito di catalogare e giudicare, attività per cui, del resto, ha ben poco interesse; non rinunciando però ad esprimere le sue opinioni su molteplici argomenti. Eterno studente consapevole di non sapere mai abbastanza, è sempre più convinto che il disimpegno politico e civile non rappresenta una soluzione ma uno dei problemi. Amante dei gatti ma simpatizzante dei cani pensa che il senso della vita sia la vita stessa e per questo la riempie di libri, foto, musica, birra e viaggi. We shall overcome, someday.